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Si è parlato molto in questi ultimi anni di come la Russia sia il principale responsabile della crisi
energetica. Certamente, se si considera il fatto che la Russia abbia diminuito (se non quasi
bloccato) le esportazioni di gas naturale in Europa, per un lettore poco attento diviene naturale
puntare il dito solamente contro i nemici comuni ‘Putin e Gazprom’. Vi sono però una serie di
“dettagli” che, appositamente o meno, vengono esclusi dalla narrazione inerente alla crisi
energetica.

Il primo dettaglio viene mostrato da questo grafico:

Il grafico sopra evidenzia come l’Europa abbia deliberatamente, negli anni, ‘scelto’ la propria
dipendenza dal gas russo, oggettivamente economicamente conveniente, a buon mercato e
assolutamente affidabile, fino a poco tempo fa, a livello di fornitura. Molti paesi dell’UE hanno
quindi optato per questa scelta quando potevano tranquillamente intraprendere la strada
dell’indipendenza energetica, un obiettivo cardine per qualsiasi paese avanzato. Certamente,
quando si parla di indipendenza energetica, non si parla di autarchia vera e propria in quanto
alcuni fattori, come per esempio l’aumento della domanda industriale, richiederebbero sempre di
importare una certa quantità di gas naturale e/o altri prodotti energetici. Nonostante ciò, tale
minore dipendenza permetterebbe all’Italia di implementare una transizione verso la green
energy efficiente, ed evitare il cappio russo che, dobbiamo riconoscerlo, ci siamo stretti da soli
attorno al collo.
La cosa più sconcertante della politica energetica europea è che si è deciso di diminuire la
produzione domestica – abolendo il carbone, il nucleare e il gas naturale – e parallelamente
riducendo la diversificazione delle importazioni, rendendosi ancora più dipendenti dalla Russia,
al contempo criticando il sistema autarchico imposto da Putin. È chiaro che in Europa si è fatta
un po’ di confusione in quanto quella appena descritta è una strategia autodistruttiva (come i fatti
attuali ci stanno palesemente dimostrando).

Il secondo dettaglio è che il calo della produzione europea di gas naturale, sebbene gestito
seguendo una strategia poco realista, è stato comunque portato avanti da decisioni politiche
coscienziose, volte a favorire la protezione dell’ambiente e la lotta al riscaldamento globale.
Purtroppo, però, l’UE si è trovata da sola ad affrontare le conseguenze di tali scelte, volte a
preservare quelli che vengono indicati come “beni pubblici globali” la cui protezione dovrebbe
ricadere ugualmente, seppur con responsabilità diverse, su tutti gli abitanti del pianeta. Al
contrario, la Cina e l’India hanno pubblicamente continuato a emettere e produrre energie
inquinanti in barba a tutti i protocolli internazionali, aumentando nel 2022, durante il regime
sanzionatorio occidentale (come mostrato dal grafico 2), il ritmo dei loro acquisti di petrolio
russo pagandolo a prezzi iper-scontati (grazie al cap sul prezzo del petrolio russo imposto
dall’occidente). Gli USA, invece, hanno propagato una visione progressista sui cambiamenti
climatici, aumentando al contempo l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente. Gli USA
hanno lasciato che l’Alaska continuasse a venire esplorata, hanno aumentato le trivellazioni nel
Golfo del Messico, e, soprattutto, hanno aumentato il fracking (una tecnica per estrarre il petrolio
e gas naturale molto più inquinante rispetto alle tecniche d’estrazione convenzionali),
garantendosi cosi la transizione rapidissima, non solo verso l’indipendenza energetica, ma anche
verso il nuovo status di paese esportatore, divenendo il ​​ più grande esportatore mondiale di gas
naturale e il terzo più grande esportatore di petrolio (nonché diventando il più grande produttore
al mondo sia di petrolio che di gas naturale).

Grafico 2

L’Europa, invece, bloccava il carbone e chiudeva le centrali nucleari, il tutto sotto la pesante
pressione della lobby green, spinta da martellanti campagne social e mediatiche, che avevano
come protagonista principale l’attivista Greta Thunberg. Tutto ciò non solo ha garantito a quella
parabola di declino un vero e proprio crollo, ma ha assicurato al Cremlino un peso maggiore
nelle relazioni con l’UE. Paradossalmente, il movimento green si è rivelato, a livello economico,
un ottimo ‘alleato’ per Putin. Gli sbagli europei, però, hanno favorito anche i paesi scandinavi, i
quali stanno allegramente banchettando sulle difficoltà dell’Europa continentale, considerato che

paesi come la Norvegia stanno garantendosi surplus secolari vendendo il proprio gas a prezzi
esorbitanti.
Il terzo dettaglio invece, potenzialmente ben peggiore dei due appena descritti, è ignoto alla
stragrande maggioranza della popolazione europea e totalmente assente da qualsiasi discussione
pubblica. Infatti, proprio la corsa dissennata verso una transizione ecologica (in realtà senza
alcun periodo di transizione), sta garantendo ad un altro soggetto geopolitico un’egemonia futura
a dir poco esiziale. E la tabella 1 parla chiaro.

Tabella 1

La tabella ci dimostra che se la Russia ha potuto per anni mettere al riparo i propri conti grazie
all’export di energia, la Cina già oggi detiene il monopolio assoluto sulle terre rare (rare earth
elements) necessarie alla rivoluzione green. La Cina, infatti, come mostra la tabella 1, non solo è
il player dominante nell’estrazione e produzione di terre rare, ma ha anche il controllo sulla
raffinazione e lavorazione delle terre rare e di tutti gli altri metalli chiave per la transizione verso
la rinnovabile (e.g., rame, nichel, cobalto e litio).
Insomma, se liberarci del cappio energetico russo sta costringendo l’UE a una recessione
economica e sta forzando i suoi paesi membri (come la Germania) a nazionalizzazioni di massa
delle proprie utilities, ecco che la traiettoria tracciata dal Green Deal della Commissione UE sta
di fatto preparando il terreno per un passaggio rapido e irreversibile dalla dipendenza russa a
quella cinese.
In conclusione: la transizione verso l’energia rinnovabile è fondamentale, e non solo da
un punto di vista ambientale, ma anche da un punto di vista economico. Infatti, i costi
dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sono competitivi con i costi generati tramite i
combustibili fossili. Inoltre, se si aggiunge che dal 2010 al 2019 il costo dell’energia elettrica
prodotta dai pannelli solari è diminuito del 82%, è chiaro che vi sono benefici reali sia dal punto
di vista di costi inferiori per i cittadini sia per il numero di investimenti che un paese può portare
avanti (con conseguente creazione di posti di lavoro e crescita economica). Il problema, quindi,

sta nel come viene condotta tale transizione. È chiaro che l’Europa, come ci dimostra la
situazione attuale, sta portando avanti una strategia insostenibile, fallimentare e poco realista.