IL SIGNIFICATO DELLA REMIGRAZIONE

1. I POPOLI NON VOGLIONO L’IMMIGRAZIONE. LE ÉLITE HANNO IL DIRITTO DI IMPORGLIELA?

In tutto il mondo i popoli chiedono ai loro governanti di reagire all’immigrazione di massa. E non vogliono cambiare idea.

Da decenni in Italia, come in tutto il mondo occidentale, c’è una propaganda martellante da parte delle élite e dell’establishment a favore dell’accoglienza indiscriminata degli immigrati. Chi non accetta questo “immigrazionismo” è accusato di essere razzista e xenofobo, egoista e nemico del progresso. Per reprimere il dissenso contro l’immigrazione in molti paesi si mettono in movimento i magistrati e si minaccia la galera, si evocano i diritti dell’uomo e le norme costituzionali, sì delegittimano le poche autorità politiche che cercano di difendere le sovranità popolari e i confini nazionali.

In Italia si cerca persino di persuaderci che senza immigrati nel prossimo futuro non potremo pagarci le pensioni e far crescere l’economia.

Eppure, nonostante le pressioni e le minacce, in tutto il mondo i popoli continuano a premiare le forze politiche sovraniste contrarie all’immigrazione, eleggono i presidenti che promettono di difendere i confini, costringono perfino i politici progressisti a dare segnali contro l’immigrazione di massa.

Negli Stati Uniti è stato eletto per la seconda volta un Presidente come Donald Trump che ha promesso e sta realizzando addirittura “deportazioni di massa” contro gli immigrati irregolari. In Gran Bretagna anche il Premier laburista Starmer si mobilita contro gli sbarchi sulla Manica, mentre l’artefice della Brexit, Niki Farange. torna protagonista promettendo di bloccare l’immigrazione. In Francia la demonizzata Marine Le Pen guida un partito che è diventato il più votato proprio in nome della difesa dei confini. In Germania Alternative fur Deutchland, nonostante la messa all’indice in nome della loro Costituzione, sta diventando il primo partito grazie alla stessa battaglia. In tutta l’Europa dell’Est, con in testa l’Ungheria, si costruiscono muri per difendere i confini. Perfino nei paesi del Nord Europa, un tempo culla della socialdemocrazia, i partiti devono assecondare la reazione popolare contro i nuovi venuti che alterano i consolidati equilibri sociali e civili. In Giappone il problema non si pone neppure, come in Australia, perché ogni forma d’immigrazione è impedita dalle Autorità.

Perché? Perché i popoli sentono i flussi migratori come una minaccia esistenziale, sperimentano nella loro vita quotidiana il crollo dei propri diritti .sociali e del lavoro, Ca dissoluzione della propria identità e dei propri stili di vita, provocati dai numeri crescenti dei nuovi venuti. Non è egoismo dei singoli, è spirito di appartenenza comunitaria che si ribella di fronte al rischio della dissoluzione del proprio popolo. Non è rifiuto dei diritti sociali, è il tentativo di salvare questi diritti dal peso schiacciante di numeri insostenibili. Non è negazione della cittadinanza, è ia difesa del suo significato e del suo valore.

Tra la gente comune non c’è odio per il singolo immigrato, per le forme fisiche o il colore
della pelle, o per le religioni professate privatamente: siamo ormai da tempo abituati ad
accogliere turisti di ogni provenienza, ad acclamare attori, sportivi e cantanti di ogni colore e di ogni cultura. Non c’è neanche il rifiuto di solidarietà rispetto ad altri popoli in difficoltà, come dimostra la gara nell’aiutare la gente colpita da calamità e guerre anche dall’altra parte del mondo.

Ma c’è il rifiuto della massa indistinta che invade casa propria, che cambia la percezione delle nostre città, che fa saltare tutti i sistemi sodali e identitari, che si organizza in clan etnici sempre più aggressivi, che sempre più spesso manifesta un razzismo alla rovescia contro gli Italiani.

Tutti i sondaggi, come tutte le elezioni confermano questa tendenza. Se i Popoli chiedono di reagire all’immigrazione, chi ha il diritto di demonizzare questa istanza che sale dal basso? Chi non ne percepisce gli effetti sulla propria pelle, perché vive in quartieri ricchi e protetti, o lavora al servizio dell’establishment lontano dalle strada e dalla realtà sociale?

2. LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLE UOMO E LA NOSTRA COSTITUZIONE NON IMPONGONO L’ACCOGLIENZA DEGLI IMMIGRATI

Per rispondere a questa evidente violazione dei principi democratici che garantiscono la sovranità popolare, molti politici e molte autorità istituzionali si appellano ai “principi inviolabili” scritti sulla “Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo” (DUDU), o sulla “Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo” (CEDU) o nella Costituzione italiana.

Ma in nessuno di questi testi si ritrova il diritto all’immigrazione. C’è il diritto a emigrare dal proprio paese e a farvi ritorno, ma nessun obbligo agli Stati ad accogliere i migranti:

Art. 13 della DUDU Comma 2. “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese“.

Art. 2 Protocollo N. 4 della CEDU Comma 2. “Ognuno è libero di lasciare qualsiasi Paese, compreso il proprio

E anche peri rifugiati e i richiedenti asilo le norme sull’accoglienza sono molto meno automatiche e tassative di quello che ci vengono rappresentate. Nella Costituzione italiana, dove non si fa nessun cenno al diritto degli immigrati ad essere accolti, troviamo:

Art. 10 Comma 2. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

Il diritto d’asilo è garantito solo per difendere le “libertà democratiche” e quindi i diritti politici e non genericamente per la difesa di tutti i diritti sociali del richiedente asilo. Questo articolo della Costituzione era stato concepito dopo la guerra e in presenza di regimi totalitari, per accogliere poche centinaia di persone che dovevano espatriare per difendere la propria libertà politica o la propria incolumità da specifiche persecuzioni. Non è stato concepito per permettere a centinaia di migliaia di persone sbarcate sulle nostre coste, di dichiararsi provenienti da paesi pericolosi e quindi di chiedere asilo e di poter attendere per anni che le loro istanze vengano esaminate dai giudici.

Solo nella CEDU c’è il divieto di espulsioni collettive di stranieri:

Art. 4 del Protocollo N. 4 della CEDU. “Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate“.

Quindi è falso che ci siano principi universali o costituzionali che obbligano il popolo italiano ad accogliere gli immigrati, mentre i richiedenti asilo per essere accolti dovrebbero essere in fuga da evidenti e specifiche persecuzioni personali. Solo la CEDU vieta esplicitamente le espulsioni collettive, ma solo per stranieri che legittimante risiedono nel nostro Paese e quindi non per i clandestini.

Sono le magistrature dei diversi paesi, tra cui soprattutto l’Italia, che si ergono a difesa dei dogmi dell’establishment interpretando le norme costituzionali e internazionali in modo deformato ed estensivo. Secondo queste magistrature le leggi — deformate a loro piacimento — sono più importanti della sovranità popolare, violando così il principio basilare della Democrazia, inscritto i della Costituzione italiana: “La sovranità appartiene al popolo.”

L’ASSIMILAZIONE È VIOLENZA CONTRO GLI IMMIGRATI. L’INTEGRAZIONE È POSSIBILE SOLO PER GRUPPI RISTRETTI, DIVENTA LA NOSTRA SOTTOMISSIONE QUANDO CI SONO TROPPI IMMIGRATI.

Il problema che gli immigrazionisti non vogliono comprendere è che l’assimilazione degli immigrati è una violenza impossibile, mentre l’integrazione è realizzabile solo per ristretti numeri di immigrati.

L’assimilazione, intesa come imposizione integrale della nostra cultura agli immigrati, è un’operazione impossibile e devastante, perché significa tentare dì sradicare i nuovi venuti dalle loro radici e dalle loro appartenenze per pretendere di farli diventare uguali a noi. Questa idea, di natura illuminista e liberale, parte dall’idea che le persone siano degli individui isolati, sradicabili dalla loro storia e dalla loro identità, per essere “educati” e manipolati a nostro piacimento. È la stessa concezione che ha portato progressisti e neo-conservatori a pretendere di “esportare la democrazia” nel mondo, negando le sovranità, le storie e le identità dei popoli.

Invece, l’integrazione, intesa come compromesso tra il rispetto dell’identità degli immigrati e l’accettazione delle nostre leggi e del nostro stile di vita, è pensabile solo quando i numeri degli immigrati sono ridotti.

Ogni comunità di immigrati difenderà sempre la propria identità ed è giusto che lo faccia, ma quando queste comunità si moltiplicano e si espandono a dismisura, non possono non passare dalla difesa alla pretesa d’imporre il proprio modo di essere, come accade in tutti i quartieri e i contesti sociali dove i numeri degli immigrati sono percentualmente significativi.

Questo può avvenire in modo strisciante e silenzioso, quando i nostri simboli e i nostri modi di essere vengo progressivamente messi all’angolo. Ma può avvenire anche in modo aggressivo, quando clan etnici si organizzano e impongono con la violenza il loro dominio territoriale. Spesso tra gli immigrati di seconda o terza generazione nasce un razzismo di segno contrario, cioè rivolto contro gli italiani che non sono più accettati come “padroni di casa”. Non a caso, un accreditato docente di Strategia Militare presso il King’s College di Londra, il prof. David Betz, ha pubblicato negli ultimi mesi moltissime interviste dove espone la sua ipotesi di una possibile guerra civile in Gran Bretagna e in Europa occidentale tra autoctoni e immigrati, con altissime probabilità che accada entro cinque anni.

Finché le comunità di immigrati sono piccole isole all’interna di un corpo sociale che mantiene la sua omogeneità, l’integrazione è possibile e può avere anche effetti creativi. Ma appena i rapporti numerici si alterano, l’integrazione finisce per diventare “sottomissione” degli Italiani nei confronti dei nuovi venuti. Già oggi in tutta l’Unione Europea, a cominciare dalla Gran Bretagna, si diffondono sistemi giudiziari “two tier’ (due pesi e due misure): la forza della legge è quasi esclusivamente diretta a soffocare ogni critica all’immigrazione, mentre gli immigrati che commettono crimini anche violenti non sono sanzionati in maniera adeguata.

È il fallimento del multiculturalismo, su cui si basa l’idea di integrare gli immigrati rispettando la loro identità, che è l’altra faccia dell’impossibilità di imporre l’assimilazione a persone provenienti da altre nazionalità e altri contesti socio-culturali.

Per questo ogni popolo ha diritto alla propria Patria, dove la sua identità e la sua cultura sono e dovranno rimanere dominanti, mentre l’immigrazione incontrollata stravolge questi equilibri.

Noi rispettiamo ogni popolo, ogni identità e ogni cultura, ma la storia ha assegnato ad ogni popolo la sua patria. Non vogliamo invadere le patrie degli altri, non ci sogniamo di esportare i nostri valori e i nostri stili di vita, abbiamo visto che quando l’Occidente ha preteso di “imporre il proprio dominio” o “esportare la democrazia” ha compiuto solo stragi e disastri. Ma allo stesso modo non vogliamo che la nostra Patria sia invasa.

D’altra parte questa visione si diffonde anche presso i governanti dei paesi d’origine dell’immigrazione, che si rendono conto che i flussi migratori indeboliscono il proprio popolo, allontanandone le componenti più giovani e dinamiche.

Anche nel mondo cattolico risuonano le parole dei Cardinale africano, Robert Sarah, già prefetto della “Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti” in Vaticano: “Chi ritiene le migrazioni necessarie e indispensabili, di fatto, compie un atto egoistico e condanna intere parti del mondo alla totale irrilevanza e, in extremis, all’estinzione. Se i giovani, che sono il futuro della società, lasciano la loro terra, le loro famiglie, il loro popolo, rincorrendo la promessa di una vita migliore, che ne sarà della storia, della cultura, dell’esistenza stessa del loro Paese, che dovrebbe manifestarsi nel sostegno concreto allo sviluppo delle nazioni più povere, non nel “favoreggiamento” del loro svuotamento demografico e di futuro”. E ancora: “Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa”. E come monito verso di noi: “L’Europa vive una situazione tanto emergenziale da rendere possibile un paragone con la fine della civiltà romana, avvenuta pure per via dell’invasione dei barbari“.

3. ANCHE IN ITALIA GLI IMMIGRATI COMINCIANO AD ESSERE TROPPI E NEL PROSSIMO SECOLO SARANNO LA MAGGIORANZA.

Veniamo alla nostra Italia, Al 1° gennaio 2025 risultano 5 milioni e 422 mila cittadini stranieri residenti (concentrati soprattutto nelle regioni del centro-nord), ovvero il 9,2% della popolazione italiana. Sempre alla stessa data sono stimanti in 321.000 gli immigrati irregolari (cioè senza permesso di soggiorno). Il numero è in calo rispetto agli anni precedenti perché c’è un maggiore accesso alla regolarizzazione, alle richieste di asilo e ai ricongiungimenti familiari. Nel 2024 hanno acquisito la cittadinanza italiana 217.000 stranieri, nuovo record storico.

Se passiamo a considerare i cittadini italiani con origini migratorie, le fonti ufficiali li stimano in oltre 5 milioni di persone. Nel 2023 in Italia sono nati 80.942 bambini da almeno un genitore straniero, pari al 21,3% del totale dei nati, un neonato su cinque. Nel rimanente 78,7% di nuovi nati, una quota crescente è figlia di immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza, anche se questo numero viene tenuto rigorosamente nascosto. D’altra parte, secondo i dati Eurostat, nel 2023 in Unione europea il 22% degli individui appartenenti alla fascia di età tra i 15-74 anni erano o nati all’estero o discendenti di persone nate all’estero.

Sommando in modo approssimativo tutte queste cifre si arriva a non meno di 1 1 milioni —pari a più del 18% della popolazione — di persone residenti nel nostro paese che sono immigrati regolari, clandestini o cittadini italiani con origini migratorie. Purtroppo in questo computo vanno considerati anche gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, perché i loro comportamenti, e soprattutto i comportamenti dei loro figli, rimangono differenziati per identità, cultura — e spesso per ostilità — da quelli degli italiani autoctoni.

Considerando anche la tendenza delle nascite, tutti i demografi tendono a indicare che alla fine di questo secolo, nel 2100. gli immigrati e i cittadini italiani di origini migratorie saranno la maggioranza della popolazione. Ma è evidente che gli squilibri sociali e identitari cominciano a farsi sentire prepotentemente già adesso.

Per quanto riguarda l’impatto dell’immigrazione sulla sicurezza dei cittadini, basta solo considerare un dato: mentre gli immigrati sono il 9,2 della popolazione italiana, nelle carceri rappresentano quasi il 32% della popolazione detenuta (dati al 31 gennaio 2025).

Dobbiamo aggiungere qualche notazione sui problemi sociali. La presenza di immigrati regolari o irregolari crea una concorrenza al ribasso in tutti i settori del nostro mondo del lavoro, rafforzando le tendenze a fare uso di manodopera al nero. Non ci sono lavori che gli Italiani non vogliono più fare — come la narrazione del mainstream racconta — ma ci sono salari che non possono più accettare.

Anche sui versante del welfare la parte della popolazione proveniente dall’immigrazione tende a portare al collasso tutti i sistemi sociali. da quello sanitario (dove, soprattutto dai paesi dell’est Europa, arriva una migrazione comunitaria unicamente finalizzata ad accedere alla nostra assistenza sanitaria gratuita), alle case popolari, alle graduatorie per qualsiasi forma di assistenza sociale.

Dobbiamo dire con chiarezza che l’immigrazionismo, invece dì essere una forma di solidarietà sociale, è nei fatti uno strumento per distruggere tutto il nostro welfare e per indebolire tutto il nostro mercato del lavoro, aumentando la divaricazione tra la maggioranza del popolo che sprofonda verso la povertà e la ristretta minoranza delle classi dominanti che invece aumentano il proprio potere economico tramite l’abbassamento dei salari, lo sfruttamento degli immigrati e la privatizzazione del welfare.

Il governo conservatore di Giorgia Meloni, consapevole del malcontento popolare nei confronti dell’immigrazione, ha promesso e in parte attuato politiche di freno nei confronti dell’immigrazione clandestina, ma alla fine ha approvato quest’anno un “decreto flussi” in cui si prevede l’ingresso in Italia di 497 mila nuovi immigrati. Va notato che, come in tutte le precedenti esperienze, per le disfunzioni della nostra legislazione sull’immigrazione, gran parte di queste persone, arrivate in Italia, non riusciranno a firmare un contratto di lavoro e a regolarizzare la loro posizione, andando così ad ingrossare le fila dei clandestini.

Con queste tendenze non basta più “frenare” l’immigrazione, perché comunque i nuovi ingressi legali o clandestini si sommano con le presenze preesistenti, che hanno un indice di natalità nettamente superiore a quello degli italiani autoctoni_ Soprattutto non danno nessuna garanzia iniziative politiche, anche coraggiose, ma basate sull’improvvisazione e finalizzate principalmente alla propaganda elettorale. Sono necessari interventi strutturali e ispirati da una precisa strategia complessiva.

4. LA REMIGRAZIONE à POSSIBILE: PASSARE DA UN’IMMIGRAZIONE FINALIZZATA ALLA CITTADINANZA A UN’IMMIGRAZIONE PROGRAMMATA PER IL RITORNO NELLA PATRIA D’ORIGINE.

Frenare l’immigrazione non basta più, bisogna invertire il flusso, bisogna costruire la Remigrazione, da re-migrazione, cioè ritorno degli immigrati nelle loro terre.

L’idea-forza “Remigrazione” si sta sempre più diffondendo in Europa, circondata dalla solita demonizzazione creata dei centri politici, culturali e mediatici dominanti. Le forze conservatrici — come il gruppo europeo di Giorgia Meloni — e quelle sovraniste più interessate a una legittimazione di sistema — come il Rassemblement National di Marine Le Pen — non osano utilizzarla, ma in realtà una Remigrazione ben organizzata ha, anche per gli immigrati, costi sociali e umani inferiori ad una azione, disordinata e improvvisata, di freno all’immigrazione.

La Remigrazione si basa sulla logica dell’immigrazione rotazionale”, ovvero di flussi migratori programmati fin dall’inizio per il ritorno in patria: gli immigrati che sono utili per l’economia nazionale, vengono selezionali e fatti entrare in Italia, lavorano per un numero di anni già programmati — non più di cinque o sette —, imparando un mestiere e avendo l’occasione di formare i propri figli, e poi rientrano nella loro patria d’origine con un “Premio di rientro” accumulato negli anni di permanenza in Italia. Non si tratta di fare nessun regalo: dato che è fondamentale che gli immigrati lavorino con la stessa remunerazione diretta e indiretta degli italiani, sia per giustizia sociale sia per evitare di fare “dumping salariale” ai nostri lavoratori, gli immigrati accumulano nel corso del proprio lavoro regolare gli accantonamenti per il TFR e i versamenti previdenziali per una pensione che non riscuoteranno mai (i cosiddetti “fondi silenti” che rimangono nelle casse dell’Inps). sufficiente restituire queste risorse al momento del rimpatrio degli immigrati, su un conto vincolato al paese d’origine, per offrire un significativo incentivo a chi deve comunque rientrare nella propria patria e deve essere spinto a non rendersi irreperibile sul nostro territorio.

Per questi immigrati non si porrà un problema di integrazione o tantomeno di assimilazione, ma solo di pacifica e rispettosa convivenza negli anni in cui saranno nostri ospiti e nostri lavoratori. Non ci saranno “immigrati di seconda o terza generazione” perché i figlio di queste persone torneranno a crescere nel loro paese.

Oggi, quando un immigrato arriva nel nostro paese si dà per scontato che il suo obiettivo tendenziale sia quello di diventare un cittadino italiano e si considera un “insuccesso” il suo rientro nel paese d’origine (un insuccesso che pesa anche sulla reputazione in patria e quindi sull’onore dell’immigrato di fronte alla propria famiglia). In questo modo rimangono Intrappolati in Italia” tutti gli immigrati che sono rimasti delusi dall’avventura migratoria” e che comunque vorrebbero tornare nella propria terra. Una sacca di delusi e di scontenti che sono quell’autentica “bomba sociale e identitaria” che esplode con tutti i comportamenti negativi che abbiamo descritto e che comunque porta a rinchiudersi nella propria comunità etnica, facendola crescere come un corpo estraneo che dilania il nostro tessuto sociale.

L’obiettivo della cittadinanza può e deve essere riservato solo a pochi immigrati che, nel corso del tempo della loro “immigrazione rotazionale”, abbiano dimostrato un livello di integrazione e una qualità di comportamenti realmente affidabili, tali da poterli realmente considera dei “nuovi Italiani”, secondo un merito e una premialità di alto profilo. La concessione della cittadinanza deve essere anche programmata entro limiti che garantiscano che le percentuali di immigrati (già naturalizzati o ancora con il permesso di soggiorno) non superino mai una determinata percentuale della popolazione (sicuramente inferiore al 10%). In questo computo saranno esclusi solo gli immigrati che superato la terza generazione senza creare problemi alla nostra convivenza civile.

Per mantenere questo equilibrio è necessario anche rivedere il diritto di cittadinanza, introducendo un periodo di prova — non inferiore ai 10 anni, già oggi previsti per presentare la domanda di cittadinanza — in cui il cittadino d’origine migratoria possa perdere la cittadinanza appena acquisita, se commette reati ad elevata pericolosità sociale. A maggior ragione l’immigrato con permesso di soggiorno che commette reati deve essere condannato ad una pena che comprenda l’espulsione appena uscito dal carcere.

Remigrazione, ovviamente, significa anche rimandare subito a casa gli immigrati clandestini e depotenziare completamente l’alibi della “richiesta d’asilo”, per il quale sarà anche opportuno puntare su una riforma costituzionale che subordini questo diritto all’interesse nazionale.

Infine, affinché il sistema funzioni, è evidente che un grande sforzo deve essere prodotto
per fermare gli sbarchi e l’arrivo di clandestini, sapendo che questa azione serve anche a scongiurare un “effetto emulativo”: i flussi d’immigrazione clandestina crescono sulle strade che appaiono più agevoli ai “mercanti di schiavi” e ai clandestini, mentre tendono a evitare percorsi e paesi dove esiste un forte contrasto.

È evidente che, per tendere a questo modello in Italia, bisogna immaginare una transizione che porti il nostro paese dall’attuale situazione in cui, come detto, sono presenti non meno di 11 milioni — pari a più del 18% della popolazione — di immigrati regolari, clandestini o cittadini italiani con recenti origini migratorie. Poiché non è possibile rimettere in discussione le condizioni delle cittadinanze già concesse, sarà necessario basare i rientri dei già naturalizzati su una rinuncia facoltativa alla cittadinanza in cambio di un incentivo economico (estratto dalla considerevole riserva dei già citati “fondi silenti” che giacciono nelle casse dell’Inps), mentre si dovrà intervenire con maggiore decisione sui 5 milioni e 422 mila immigrati regolari che oggi vivono in Italia, imponendo gradualmente il termine di 5 o 7 anni ai loro permessi di soggiorno e bloccando i rinnovi, sempre con la clausola di offrire un “Premio di rientro” per tutti coloro che tornano ai loro paesi d’origine (o in altri paesi disposti ad accoglierli).

La Remigrazione non consiste in deportazioni di massa, è un meccanismo che deve garantire che ogni anno gli immigrati che entrano — clandestini, regolari e stagionali attraverso i decreti flussi, richiedenti asilo — sia in numero inferiore a quelli che si è riusciti a rimpatriare. In modo che il saldo finale di ogni anno, da adesso fino a quando sarà necessario, deve far diminuire il numero degli immigrati presenti sul nostro territorio. Per realizzare un progetto di questa portata è necessario creare un’apposita “Agenzia nazionale per la Remigrazione”, in grado di operare su tutto il territorio nazionale e nei paesi d’origine dei flussi migratori.

5. PER CORREGGERE LA DEMOGRAFIA ITALIANA BISOGNA SOSTENERE LE FAMIGLIE E INCENTIVARE LA REMIGRAZIONE IN ITALIA DEI DISCENDENTI DEI NOSTRI EMIGRATI DALL’ESTERO

Rimane sul tappeto il problema dell’andamento demografico del nostro paese, che impone d’incentivare le nascite e di contrastare l’invecchiamento medio della popolazione. Sgombrato il campo dal rimedio illusorio dell’immigrazione di massa, che provoca costi sociali superiori ai suoi benefici economici, rimangono due strade da percorrere: quella di una politica strutturale per sostenere la famiglia e la natalità e quella di far rientrare in Italia un numero significativo di nostri connazionali immigrati.

Sul versante della politica per le famiglie bisogna dire con chiarezza che non servono a nulla, se non a disperdere risorse finanziarie, i “bonus” e i sostegni economici di vario genere, come quelli fino ad ora erogati in Italia. Per aiutare veramente gli Italiani a mettere su famiglia e fare figli ci vogliono politiche strutturali, così potenti e durature da incidere sul modello sociale. Bisogna azzerare gli ostacoli che impediscono di fare figli, che sono quelli del reddito e quello dei servizi.

Sul versante del reddito bisogna intervenire sulla leva fiscale, passando da un fisco a base individuale, quale è quello attuale, ad un fisco (e un sistema tariffario) su base familiare.
il “quoziente familiare”, introdotto in Francia da Charles De Gaulle, che modula le aliquotefiscali sul numero di persone che compongono una famiglia: non sono necessarie risorse aggiuntive (oggi inesistenti) per realizzare questa riforma, perché si basa sul riequilibrio della tassazione, che aumenta per i single e le coppie senza figli e diminuisce per le famiglie in base al numero dei figli e dei familiari a carico. Sono decenni che in Italia il mondo cattolico e la destra sociale propongono questa riforma — peraltro inserita anche nel programma di governo di Giorgia Meloni — ma i progressisti (nemici della famiglia) e i liberali (innamorati dell’individualismo) sono finora riusciti a bloccarla. Invece, tutte le tasse e tutte le tariffe per i consumi essenziali devono essere rimodulate in base al principio del quoziente familiare. Sul versante dei servizi bisogna comprendere che le vere opere pubbliche di cui ha bisogno l’Italia sono un grande “Piano nazionale dì edilizia popolare e di housing sociale” (promesso da ogni governo e mai attuato) e un “Piano nazionale di asili nido” che offra a tutte le famiglie dei ceti popolari e del ceto medio la possibilità di usufruire di questo sevizio gratuitamente.

Ma tutto questo potrebbe non bastare, perché prima di arrivare al “tasso di sostituzione”, cioè quello che consente a una popolazione di compensare i decessi con le nascite — pari a 2,1 figli per ogni donna — bisogna sia realizzare questi progetti politici, che sconfiggere decenni di cultura edonista e consumista che ha indebolito il valore della famiglia e dei figli agli occhi dei nostri giovani connazionali. Ci vorrà del tempo e il tempo gioca contro di noi.

Per questo bisogna attivare una altro piano di Remigrazione, anche se di segno opposto a quello precedentemente descritto: la remigrazione dei discendenti dei nostri connazionali emigrati all’estero. Potrebbe sembrare velleitario, considerando che tra il 2023 e il 2024 sono espatriati 270.000 cittadini italiani (tra cui 87.000 erano cittadini naturalizzati, spesso immigrati di seconda generazione) per la scarsa crescita, i bassi salari e l’insopportabile burocrazia che esiste oggi in Italia, soprattutto per colpa dei vincoli dell’Unione Europea.

Ma ci sono in America latina milioni di persone discendenti da emigrati italiani, che soffrono terribilmente l’instabilità politica e la crisi economica che cresce da tempo in quel Continente. Un numero significativo di questi discendenti italiani (molti dei quali conservano la nostra cittadinanza e sono iscritti nelle liste dell’AIRE) sarebbero ben felici di tornare nel nostro paese se avessero una tutela politica, un incentivo economico (spesso solo il costo del trasferimento delle proprie famiglie) e una prospettiva sicura di lavoro. É su di loro che bisogna puntare per correggere l’andamento demografico del nostro paese: nel corso dei prossimi 10 anni sarebbero sufficienti 3 milioni di rientri di persone mediamente giovani, per garantire il futuro culturale sociale ed economico del popolo italiano, senza problemi di integrazione culturale e anzi rafforzando l’identità del nostro tessuto sociale.

Insomma, sono ben due le Remigrazioni che bisogna attuare in Italia.

UNA REMIGRAZIONE FUORI DALL’ITALIA DEGLI IMMIGRATI EXTRACOMUNITARI E UNA REMIGRAZIONE IN ITALIA DEI DISCENDENTI DI NOSTRI CONNAZIONALI EMIGRATI IN SUD-AMERICA.

IL PROGRAMMA POLITICO DELLA REMIGRAZIONE

  1. IL PRIMO OBIETTIVO DELLA REMIGRAZIONE: RIDURRE GLI IMMIGRATI REGOLARI E I CITTADINI NATURALIZZATI, PER FARLI DIVENTARE MENO DEL 10% DELLA POPOLAZIONE ITALIANA
    L’integrazione degli immigrati può funzionare solo se il numero degli immigrati clandestini, regolari e di recente cittadinanza (fino alla terza generazione) non supera il 10% della popolazione (oggi è oltre il 18%), Per questo noi vogliamo bloccare gli sbarchi ed espellere tutti gli immigrati clandestini presenti in Italia-, vogliamo porre un limite temporali di non più di 5-7 anni ai permessi di soggiorno, per poi riportare gli immigrati regolari nella loro patria d’origine; vogliamo offrire incentivi agli immigrati con cittadinanza recente per farli tornare da dove sono venuti.
  2. CREAZIONE DI UNA “AGENZIA NAZIONALE PER LA REMIGRAZIONE” CHE OPERI IN TUTTA ITALIA E NEI PAESI D’ORIGINE DELL’IMMIGRAZIONE
    Per realizzare tutto il progetto della Remigrazione è necessario creare un soggetto istituzionale adeguato all’importanza che questa sfida ha per il nostro interesse nazionale. Per questo vogliamo che sia creata una “Agenzia nazionale per la Remigrazione” (ANR), in grado di operare su tutto il territorio nazionale e nei paesi d’origine dei flussi migratori (sul modello dell’IGE statunitense).
  3. IMMIGRAZIONE ROTAZIONALE: RIMPATRIO OBBLIGATORIO DEGLI IMMIGRATI DOPO MASSIMO 7 ANNI DI PERMESSO DI SOGGIORNO
    La Remigrazione si basa sul modello dell’immigrazione rotazionale: invece di una immigrazione finalizzata ad ottenere la cittadinanza, bisogna imporre un’immigrazione programmata per il rientro nei pesi d’origine, dopo un congruo periodo lavoro in Italia. Per questo, tutti i nuovi permessi di soggiorno non potranno avere una durata superiore a 5 anni, prorogabili a 7 se l’immigrato avrà mantenuto comportamenti irreprensibili. Anche tutti gli immigrati regolari oggi residenti in Italia dovranno conformarsi gradualmente a questi limiti temporali. Alla scadenza dei 7 anni, gli immigrati regolari potranno chiedere all’ANR di ottenere la cittadinanza: se avranno dimostrato un alto livello di integrazione e se ci sarà spazio dentro percentuale invalicabile del 10% di immigrati nella popolazione italiana, saranno concessi altri 3 anni di permanenza in osservazione per verificare se i richiedenti meritano davvero la concessione della cittadinanza
  4. “PREMIO DI RIENTRO” PER TUTTI GLI IMMIGRATI E I CITTADINI NATURALIZZATI CHE VOGLIO RIENTRARE NEI LORO PAESI D’ORIGINE
    Tutti gli immigrati e i cittadini naturalizzati che rientrano nella loro terra d’origine hanno diritto a un “Premio di rientro’ (accreditato su un conto vincolato nel paese d’origine), consistente in tutti i fondi per il TFR e per la previdenza che hanno accumulato ne} loro periodo di lavoro, garantendo in ogni caso una soglia minima a questo premio attingendo ai “fondi silenti” dellilnps (ovvero i contributi versati da altri immigrati e mai utilizzati per erogare pensioni).
  5. CITTADINANZA SOLO PER CHI HA DIMOSTRATO DI ESSERSI REALMENTE INTEGRATO IN ITALIA, REVOCA DELLA CITTADINANZA E DEL PERMESSO DI SOGGIORNO A CHI COMMETTE GRAVI REATI. UN REFERENDUM PER ABOLIRE LA CITTADINANZA AUTOMATICA A 18 ANNI
    La cittadinanza sarà concessa dall’ANR solo alle persone che, dopo 10 anni di permanenza nel nostro Paese, abbiano dimostrato di avere un tale livello di integrazione da meritare di essere considerati dei “nuovi Italiani”. Le cittadinanze vanno concesse in un numero che garantisca di non superare la già citata soglia del 10%; devono essere revocate, come i permessi di soggiorno, se vengono commessi reati ad alta pericolosità sociale; mentre deve essere abrogata — anche raccogliendo le firme per indire un referendum — la legge che concede automaticamente la cittadinanza agli immigrati nati in Italia che compiono 18 anni.
  6. UNA RIFORMA COSTITUZIONALE PER CONDIZIONARE IL DIRITTO D’ASILO ALLA TUTELA DELL’INTERESSE NAZIONALE ITALIANO
    Vogliamo una riforma costituzionale dell’art.10 della Costituzione in cui si specifichi che il diritto d’asilo deve essere concesso solo quando non è in contrasto con il nostro interesse nazionale e se il richiedente è oggetto di una specifica persecuzione contro la sua persona. Non si può chiedere il diritto d’asilo per emergenze che colpiscono l’intera popolazione del paese d’origine.
  7. BLOCCARE I NUOVI SBARCHI NON FACENDO PARTIRE I CLANDESTINI: GLI HOTSPOT ITALIANI NEI PAESI D’ORIGINE.
    L’Agenzia nazionale per la Remigrazione” (ANR), in collaborazione con le nostre Forze Armate, con i Servizi segreti e con l’Agenzia per la cooperazione internazionale, deve stringere accordi per istituire nei paesi d’origine dell’immigrazione degli “hotspot” gestiti direttamente dall’ANR. Anche le ONG che operano nel Mediterraneo per “soccorrere i migranti”, per essere riconosciute dal nostro Stato, devono firmare accordi di cooperazione con l’ANR_ Questi “hotspot” devono servire per selezionare e formare all’origine gli immigrati ammessi ad entrare in Italia, valutando anche le richieste d’asilo, e come approdo per riportare indietro tutti i barconi e tutti i clandestini che partono da quelle coste e vengono salvati in mare o approdano sul nostro territorio. I nostri “hotspot” dovranno sostituire gli inumani “campi di concentramento” in cui oggi i migranti vengono rinchiusi dai mercanti di schiavi o dalle improvvisate autorità politiche che spesso operano in quei territori. Se i Governi dei paesi d’origine si rifiutano di stringere questi accordi, questo rifiuto sarà considerato un atto ostile nei confronti della nostra Nazione, giustificando azioni — anche militari, in violazione dello loro sovranità — contro le organizzazione dei mercanti di schiavi e per riportare indietro i migranti che vengono soccorsi in mare o fermati sulle nostre coste.
  8. ESPELLERE TUTTI I CLANDESTINI DALL’ITALIA, SGOMBRARE TUTTI GLI ACCAMPAMENTI ABUSIVI NELLE CITTÀ
    Bisogna organizzare un piano nazionale, coordinato dall’ANR, per espellere i 300-400 mila immigrati clandestini che oggi vivono in Italia. Bisogna cominciare a sgombrare tutte le baraccopoli e gli accampamenti abusivi dove questi disgraziati trascorrono le loro giornate. espellendo immediatamente tutti gli immigrati irregolari che vengono trovati ed escludendo per legge che possano attendere in Italia l’esito di eventuali ricorsi in Tribunale_ Gli immigrati privi di passaporto, saranno immediatamente trasferiti presso gli hotspot istituiti nei loro (presumibili) paesi d’origine senza lunghe attese nei “centri di raccolta” in Italia, o tantomeno in paesi terzi (come nel disastroso esperimento del Centro di raccolta per gli immigrati di Gjader in Albania).
  9. UNA POLITICA PER LA FAMIGLIA E LA NATALITÀ: QUOZIENTE FAMILIARE E PIANI PER LE CASE E GLI ASILI NIDO
    La politica di sostegno per le famiglie e la natalità deve superare le misure estemporanee oggi in vigore, per giungere a riforme strutturali e piani nazionali d’intervento. Vogliamo che sia introdotto il “quoziente familiare” che modula le aliquote fiscali sui numero di persone che compongono una famiglia, senza bisogno di risorse aggiuntive perché si basa sul riequilibrio della tassazione, che aumenta per i single e le coppie senza figli e diminuisce per le famiglie in base al numero dei figli e dei familiari a carico. Tutte le tasse e tutte le tariffe per i consumi essenziali devono essere rimodulate in base dei quoziente familiare. Vogliamo un “Piano nazionale di edilizia popolare e di housing sociale” e un “Piano nazionale di asili nido” che offra a tutte le famiglie dei ceti popolari e del ceto medio la possibilità di usufruire di questo servizio gratuitamente.
  10. IL SECONDO OBIETTIVO DELLA REMIGRAZIONE: RITORNO IN ITALIA DEI DISCENDENTI DEI NOSTRI EMIGRANTI IN SUD-AMERICA
    In America latina ci sono milioni di persone discendenti dagli emigrati italiani (molti dei quali conservano la nostra cittadinanza) che sarebbero ben felici di tornare nel nostro Paese se avessero una tutela politica, un incentivo economico (spesso solo il costo del trasferimento delle proprie famiglie) e una prospettiva sicura di lavoro. È su di loro che bisogna puntare per correggere l’andamento demografico del nostro paese: nel corso dei prossimi 10 anni sarebbero sufficienti 3 milioni di rientri di persone mediamente giovani, per garantire il futuro culturale, sociale ed economico del popolo italiano, senza problemi di integrazione culturale e anzi rafforzando l’identità nazionale del nostro tessuto sociale. Questa complessa opera di sensibilizzazione e di intermediazione lavorativa potrà essere svolta clan-Agenzia nazionale per la Remigrazione” in collaborazione con le nostre ambasciate in Sud America.

(Rebibbia, Roma, 17 gennaio 2026)