Questa è l’era dei predatori!

Il referendum del 18 aprile 1993, promosso da Mario Segni a dai Radicali, abrogò la legge sul finanziamento pubblico ai partiti e la legge elettorale del Senato (legge n. 29 del 1948 e successive modificazioni), per sopprimere la norma che prevedeva l’elezione nel collegio uninominale solo previo conseguimento di un elevato quorum del 65% dei voti, determinandosi altrimenti la ripartizione dei voti su base proporzionale.
Quel referendum ottenne una maggioranza plebiscitaria del 90,3% dei voti favorevoli.
Subito dopo, sotto l’effetto di quella forte pronuncia popolare, il Parlamento pose mano ad un nuovo sistema elettorale ed approvò il Mattarellum, che introdusse un sistema misto per l’elezione di Camera e Senato, segnando così una svolta nella politica italiana.
Sempre sotto la spinta di quel referendum e per assecondare l’umore dei cittadini , che sotto una spinta giustizialista, emotiva ed irrazionale, già esultava dinnanzi alla febbrile attività della procura di Milano che aveva dato inizio alla stagione di “mani pulite” per contrastare il finanziamento irregolare ai partiti, reato che tuttavia nella maggior parte dei casi veniva rubricato e perseguito sotto il nome di “corruzione”, il parlamento, a larghissima maggioranza, il 27 ottobre del 1993 abolì l’immunità parlamentare, che costituiva una efficace salvaguardia in favore della politica e del potere legislativo dalle incursioni e dagli sconfinamenti del potere giudiziario.
Dopo il referendum, con le prime elezioni politiche del 1994, disciplinate dalla nuova legge elettorale che aveva trasformato il precedente sistema elettorale proporzionale puro in un sistema elettorale tendenzialmente maggioritario, l’assetto politico italiano venne completamente modificato ed ebbe così luogo il nefasto passaggio nella cd. seconda repubblica, pur in assenza di un cambiamento costituzionale che ne potesse giustificare la nascita.
Oggi, dopo la dissoluzione dei partiti di massa della così detta prima repubblica, la fanno da padroni l c.d. partiti “personali”, i quali da tempo hanno spezzato ogni legame con i cittadini.
Ed è per queste ragioni che dal 1994 i partiti rappresentati in parlamento sono divenuti vere e proprie autocrazie elettorali e non assicurano più alcuna rappresentatività, tutto questo in spregio della Costituzione e dei diritti dei cittadini, consentendo quindi al potere economico e finanziario di sostituirsi alla politica.
Prima dell’epoca di mani pulite e gli arresti eccellenti e l’applicazione del sistema inquisitorio a tutto campo, dopo il referendum di Segni e dei Radicali, dopo la rinuncia all’immunità parlamentare e le nuove leggi elettorali in direzione maggioritaria, arricchite nel tempo con premi di maggioranza, liste bloccate e soglie di sbarramento, la tenuta democratica si trova esposta a seri rischi.
Infatti non esistono più i partiti di massa che si reggevano mediante tesseramenti, sezioni e federazioni sul territorio, che erano vicini ai cittadini; non esistono più scuole di partito che formano le classi dirigenti, ma esistono purtroppo soltanto dei comitati elettorali, consorzi autoreferenziali che rappresentano piccoli gruppi legati tra loro da interessi, i quali fondano la loro peculiarità sul potere economico e non sulla rappresentanza delle persone.
E sono proprio questi “partiti personali”, in cui le idee sono elaborate da chi li ha costituiti, il quale detta la linea politica che trasmette ai pochi iscritti, i quali a loro volta hanno il compito di recepirle, diffonderle all’esterno e sostenerle, che hanno in mano ogni potere politico ed istituzionale.
Quanto è avvenuto e nessuno vuole modificare snatura la stessa funzione dei partiti, come essi sono concepiti nella nostra Costituzione, dove il loro compito fondamentale dovrebbe invece essere quello di organizzare il pluralismo di interessi nel contesto sociale, attingendo anche alle forze vive della società civile, di recepire le necessità del paese, i bisogni e le istanze dei cittadini per tradurli in proposte politiche strutturate da sottoporre al confronto dialettico e alle decisioni di chi rappresenta istituzionalmente la Nazione.
Tutto questo appartiene però al passato ed è per questo che se vogliamo veramente un cambiamento e la restituzione ai cittadini di quel potere che loro appartiene in quanto discende dall’art.1 della Costituzione, occorre ritornare proprio alla Costituzione, abbandonando l’idea che sia la Costituzione che si deve adattare alla politica, per ripristinare la giusta proporzione tra politica e Costituzione nel senso che è la seconda che legittima la prima.